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PIPI CARDELL | il cammino dell’alpinista

María José Cardell, detta Pipi, è ambassador Kayland, amica di lunga data, grande alpinista nonché compagna di vita e di avventure dell’imprevedibile Denis Urubko.

Conosciamola meglio in quest’intervista esclusiva per Kayland!

- Alpinista, scalatrice, soccorritrice, guida alpina, sciatrice, fotografa, videomaker, membro del “Comité de alpinismo de la Federación Andaluz de Montaña”: stiamo dimenticando qualcosa? C’è qualcosa che senti più “tua”?

Di tutto ciò che hai nominato, una parte è relativa al mio lavoro ed un’altra ai miei hobby. Ho la fortuna di aver unito le due cose per far sì che diventassero la mia vita. Tuttavia, ho sempre avuto un terzo sogno nel cassetto, forse il più intimo: la scrittura. Per me, è sempre stata il luogo dove dar libero sfogo alle mie emozioni.

- Facciamo un riassunto per i follower in stile Wikipedia: ci racconteresti le tappe del tuo percorso professionale e i tuoi traguardi e riconoscimenti principali?

Le mie prime ascensioni sono state vicino a casa in Sierra Nevada, poi sul Monte Bianco. In seguito, ho colto l'occasione di entrare a far parte di un paio di trekking sulla catena dell’Himalaya e nel Karakorum, al fianco di spedizioni spagnole. 

Fu lì che compresi che desideravo ammirare le montagne dall’alto, non dal basso. Era però necessario iniziare in maniera progressiva, iniziai dai seimila, poi i settemila, sempre con acclimatamento, tra i quali scalai il Picco Lenin e poi Cima Spantik, per un documentario.

Quando - alla fine - riuscii a raccogliere finanze sufficienti grazie alla mia professione di maestra di sci, partii verso il Cho Oyu, gli 8210 m. L’esperienza non fu appagante solo per l’ambiente nel quale mi immersi, ma principalmente perché mi si palesò davanti il vero cammino che volevo intraprendere come alpinista. In questo modo, cinque anni fa realizzai una delle avventure più intense della mia vita. In 35 giorni ho esplorato in solitaria una valle semisconosciuta del Karakorum, in Pakistan, scalando una cima vergine di 5.470m e provandone anche uno superiore. 

Al termine di questa spedizione, pensavo di aver dato tutta me stessa, tra le montagne. L’anno seguente, però, conobbi l’alpinista Denis Urubko e cominciai ad allenarmi per un progetto assieme a lui, nella medesima linea di esplorazione. In questo modo, tre anni fa, scalammo il Khan-Tengri, un settemila, per abituarci, e subito dopo aprimmo una nuova via per il Picco di Chapayev. Questa ascensione ricevette il riconoscimento della Federazione Spagnola per gli Sport di Montagna e Scalata (FEDME) come miglior attività extra europea dell’anno. 

Quasi senza sosta, ci lanciammo per l'apertura di una via tecnica nel Ushba, nel Caucaso. Nello stesso anno, andammo nella Patagonia argentina e nonostante non riuscimmo a conseguire il nostro obiettivo di ascendere al Cerro Torre, scalammo comunque alcune delle sue guglie più emblematiche.

Alla fine, era il momento di aprire una nuova via in stile alpino su una cima di ottomila metri, Gasherbrum II, ma purtroppo mi infortunai per una caduta che mi lasciò fuori dai giochi e Denis aprì la via “Honeymoon” in solitaria. Oggi, abbiamo lasciato da parte l'alpinismo per concentrarci appieno sulla scalata su roccia.

- Leggendo di te, sembra che il rapporto tra montagna e famiglia sia indissolubile, come se un elemento non potesse fare a meno dell’altro, è così?

Una parte importante di quello che siamo, è il risultato del contesto che ci siamo creati. Sono cresciuta sentendo parlare di montagne e scalate. Dell'amore e del rispetto per loro e per la natura. Sin da quando ero bambina, la mia famiglia, i miei nonni, mia zia e mia madre mi hanno insegnato a fare i miei primi passi come alpinista e scalatrice. Non avrei mai potuto immaginare di arrivare ad un tale livello nell'alpinismo, senza Denis.

- Hai abbracciato lo stile alpino: cosa ti dà rispetto ad altri approcci più tecnologici? Hai qualche “tecnica segreta” o qualche equipaggiamento o allenamento particolare che ti aiuta ad affrontarlo meglio?

Ti dà leggerezza e di conseguenza velocità. Risparmi tempo e con esso energia, al contempo puoi guadagnare sicurezza, quindi ti esponi per un tempo inferiore. Secondo me, la migliore preparazione è avvicinarti più che puoi alla situazione reale, nell'allenamento.

- Hai scoperto che i tuoi limiti, sia fisici che mentali, sono molto oltre ciò che pensavi e ti hanno sorpreso. Dici anche che le tue abilità sono “focalizzate nella ricerca di attività straordinarie, non tanto normali”. Può essere che il tuo “super potere” sia l’intelligenza di ascoltare ciò che comunica il tuo corpo, ciò che comunica la montagna e unire le due cose per provare qualcosa di originale?

Credo che questo sia comune a tutti gli esseri umani, solo che le mie attività in montagna mi hanno offerto la possibilità di scoprire dove risiedono realmente questi limiti. Tutti noi ci sorprenderemmo di ciò di cui siamo capaci se avessimo meno paura di esplorare le nostre potenzialità uscendo dalla nostra zona di comfort. Non credo di avere capacità speciali né alcun superpotere per realizzare attività straordinarie. Non pensare che questo lo dica per un eccesso di  umiltà. Lo dico perché chiamo le cose col loro nome. 

Le mie esperienze, in particolare, hanno diretto i miei passi a voler affrontare sfide differenti per il piacere della scoperta di ciò che è sconosciuto e dell'esplorazione del mio mondo interiore, aprendo nuove vie o uscendo in solitaria. In entrambi i casi bisogna essere molto sicuri di se stessi e per questo è fondamentale conoscersi bene, attraverso cose che solo l'esperienza può regalare.

- Parliamo di Kayland: com’è la tua esperienza col marchio e con i suoi prodotti? Che scarpe e scarponi hai provato e come ti hanno supportato?

Kayland è un compagno fidato nel quale tutti i suoi professionisti si rispecchiano. La collaborazione per quanto riguarda la scelta delle calzature è molto semplice. In Kayland, tutti sono sempre ben disposti ad ascoltare ed aiutare, con la prospettiva di migliorare e di far sempre più parte dei nostri progetti. 

Nella nostra ultima spedizione al Gasherbrum II, Kayland ha specificatamente sviluppato uno scarpone per gli ottomila: 8001. La mia esperienza con la scarpa, però, non è andata oltre al Campo II, a causa della caduta durante il percorso. In ogni caso, fino all'arrivo lì, si attraversano terreni tecnici e molto avversi. Lo scarpone ha risposto positivamente a tutte le nostre aspettative: a prova di questo, Denis ha aperto una nuova via sul Gasherbrum II in stile alpino, in 24 ore, con quegli scarponi! Un gran lavoro di squadra! Gli scarponi che ho provato sono molti, faccio una selezione: 

Apex Rock GTX si adattano perfettamente al tipo di alpinismo tecnico che mi piace intraprendere. È uno scarpone leggero e adattabile rispetto a qualsiasi terreno o condizione dove mi sia avventurata, neve, roccia e gelo, senza mai perdere in precisione. 

Ho usato Gravity W’S GTX  per l'avvicinamento ai Gasherbrum, attraversando con loro tutto il ghiacciaio del Baltoro e il passo del Gondogoro. Sono state escursioni molto lunghe e con i Gravity ho camminato comodamente con ottime prestazioni. Ottima stabilità ed affidabilità. Sono state perfette. Sono state le mie inseparabili compagne durante l'estate, specialmente durante gli avvicinamenti alle scalate, abbastanza tecnici. Comode, leggere, traspiranti ed efficienti. Cosa si può chiedere di più? 

Il mio ultimo acquisto per l'autunno-inverno è stato Vitrix W'S GTX. Sono la prova certa di come Kayland si migliori di anno in anno non fermandosi mai. Mi danno tanta sicurezza grazie alla stabilità che regalano al piede, grazie alla loro suola. Da poco ho tenuto un corso di salvataggio su cavo per seggiovie e cabinovie nella stazione sciistica dove lavoro. Me le sono messe il primo giorno e me le sono tenute addosso per le due settimane successive. Nessuno scivolone, nessun problema. Credo che la domanda giusta sia: se Kayland non mi sponsorizzasse, sceglierei comunque i suoi prodotti a scapito degli altri? Assolutamente si!

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